VIVIBORGARELLO.IT

EU Cookie Law

Informativa
All’assalto di Platì, il paradiso della ‘ndrangheta Stampa
di Gennaro De Stefano - pubblicato su Oggi nel novembre del 2003

Nel cuore della notte 600 paracadutisti in assetto di guerra hanno circondato le case, fatto saltare con l’esplosivo i portoni blindati, portato alla luce covi e gallerie - In manette sono finiti due ex sindaci, il comandante dei vigili, dodici ex amministratori comunali e intere «famiglie» - Come si vive senza Stato.

«Megghju pani e cipuia e l’onuri in franti», sibila l’uomo, guardandosi attorno circospetto e togliendosi la coppola per asciugare il sudore del caldo pomeriggio novembrino. Indica la montagna dell’Aspromonte, come se volesse completare il saggio pensiero sulla rettitudine, poi scrolla le spalle, si volta e se ne va.  Sono le prime parole che in un’intera giornata, siamo riusciti a sentire a Platì. Per il resto, solo sguardi ostili e sbeffeggiamenti hanno accompagnato il nostro viaggio nel centro aspromontano, dove siamo andati per capire come sia possibile che un’intera comunità viva con il marchio dell’infamia mafiosa.

Dicono oggi che Platì sia un paese ferito mortalmente, dopo la retata dei carabinieri che hanno messo in galera 125 tra uomini e donne (il cinque per cento della popolazione, come se a Roma in una notte venissero arrestate, per lo stesso reato, 150 mila persone), con l’accusa di aver reso «mafiosa» pure l’aria. Un’operazione militare come non si vedeva da anni, con «dispiegamento di uomini e mezzi» degni di un rastrellamento in Iraq e, difatti, l’Arma ha dedicato questa azione alla memoria dei colleghi uccisi a Nassiriyah. Seicento carabinieri del battaglione paracadutisti Tuscania, dei Cacciatori di Vibo Valentia, dei Reparti Operativi Speciali e della Compagnia di Locri hanno circondato Platì alle 3.30 del 12 novembre e, a plotoncini di sei, sono piombati nelle case, hanno fatto saltare con l’esplosivo i portoni blindati, scoperchiato covi e sotterranei e assicurato alla giustizia due ex sindaci, il comandante dei vigili urbani e una vigilessa (una delle 13 donne arrestate), 12 ex amministratori comunali, due ex segretari del Comune e poi interi nuclei familiari dei Barbaro, degli Agresta, dei Sergi, dei Triboli, nomi conosciuti anche a Milano (Buccinasco e Corsico il loro regno) e a Griffith, in Australia, dove, per non smentirsi, qualche anno fa hanno fatto fuori un deputato e un vicecapo della polizia locale che non si assoggettavano alla loro legge. Mafiosi, o ‘ndrangheristi. chiamateli come vi pare, «capaci>>, come hanno scritto i magistrati Nicola Gratteri (della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria) e Anna Maria Arena, giudice per le indagini preliminari, «di rendere affar loro anche l’aria respirata dagli abitanti».

Senza dimenticare che, nei sotterranei scavati sotto il paese, dove i latitanti trovavano comodo rifugio, hanno vissuto per mesi se non per anni, numerose vittime dei sequestri di persona: Alessandra Sgarella, Carlo Celadon, Cesare Casella.

Il colpo sembra mortale, ma in realtà non lo è: da questa retata scaturirà ulteriore odio e «orgoglioso» desiderio di appartenenza all’«organizzazione», perché qui lo Stato è qualcosa di estraneo, un nemico occupante e, disconoscendone l’autorità, ci si fregia di un marchio qualificante. Platì appare piegata su se stessa, da una parte incapace di far nascere qualsiasi anelito di ribellione alla ‘ndrangheta, dall’altra insofferente alla legge, anzi interamente contro, sì da farsi definire paese totalmente mafioso: «Il territorio di Platì», scrivono infatti i magistrati di Reggio Calabria, «è completamente assoggettato alle consorterie mafiose e ogni minima iniziativa è costantemente soggetta a questo potere, la cui tracotanza non ha limiti.

Ma come ha fatto questo veleno a permeare l’intera comunità? «È un costume che viene da lontano», dice padre Enrico Redaelli, 70 anni, originario della Brianza, ex missionario in Mozambico e oggi parroco a Platì. «È difficile farli ragionare sulla legalità. C’è un gran malessere per la retata, perché ogni famiglia ha un uomo in carcere e questo dà la sensazione che ci sia un gran funerale. Ma io invito i miei parrocchiani a fare questo passo verso la legge, perché il paese sta morendo, si sta spopolando e qui rimangono solo quelli che hanno il comando, capaci di costruire una cerchia sempre più chiusa e impenetrabile».

Gli fa eco il sostituto procuratore Gratteri: «La Chiesa deve fare la sua parte», lasciando intendere che non ci si può limitare a registrare l’esistenza dei fenomeni criminali, ma bisogna combatterli.

Il nostro viaggio comincia, dunque, davanti la chiesa principale. Non si può circolare per Platì senza la scorta dei Carabinieri (in tanti anni di professione giornalistica, è la prima volta che ci consigliano di evitare di girare da soli, di avvicinare la popolazione, di fare domande), potrebbe accadere di tutto: perché qui sei forestiero, o sei sbirro o giornalista; due categorie poco amate. C’è qualcosa di antico nella ribellione di questo paese, come se i suoi abitanti avessero nel DNA il ricordo di un sopruso subito e mai dimenticato. «Nel 1861, il territorio di Platì fu teatro di un sanguinoso brigantaggio capeggiato da Ferdinando Mittiga, ex ufficiale dell’esercito borbonico», spiega lo storico Antonio Delfino. «Mittiga aveva inquadrato nella sua banda grosse schiere di contadini, di renitenti alla leva e di delinquenti comuni, al fine di provocare la reazione contro il nuovo Stato unitario italiano. Ma le cose andarono tragicamente: l’esercito piemontese circondò Platì e la mise a ferro e fuoco, gli abitanti furono deportati a centinaia nelle isole, il brigante ucciso». E, come se si rinverdisse il passato (quando ufficiali piemontesi venivano a «domare» le località che rifiutavano l’annessione allo Stato Sabaudo), è tosco-lombardo il capitano dei carabinieri, Maurizio Biasin, che ci accompagna nel giro del paese e ci mostra le abitazioni con i rifugi segreti sotto le scale sotto i pavimenti, i portoni blindati, la rete di cunicoli.

A soli 34 anni commanda la compagnia di Locri e spiega: «Tra noi e loro c’è una fortissima indifferenza: se li senti parlare, la colpa è sempre dello Stato, sono impermeabili a qualsiasi forma di legalità e hanno un vincolo di sangue molto stretto, tanto che finiscono con lo sposarsi frequentemente tra cugini, con le conseguenze che si possono immaginare.

«La gente qui ostenta povertà e se gli chiedi che mestiere fanno, ti rispondono “bracciante agricolo”. Poi, tutte le volte che siamo entrati nelle loro case, abbiamo scoperto televisori ultra piatti, tre telefonini e le Mercedes ultimo modello parcheggiate in garage. E amaro dirlo, ma è l’intera comunità a essere coinvolta e solidale con quelli che finiscono nelle maglie della giustizia. Basti ricordare che, anni fa. una pattuglia della polizia, che aveva catturato un latitante in un bar, fu circondata da centinaia di persone e costretta a rifugiarsi nella nostra caserma».

Platì è anche numeri scandalosi: su 1.500 proprietari di abitazioni, solo 120 pagano l’Ici, chiunque costruisce una casa si fa anche il bunker («Per quando diventeranno latitanti», scherza un maresciallo); «i ragazzini girano su motorini che non hanno targa, né assicurazione», spiega il capitano Biasin, «quando arriva una nostra auto sono soliti fare gli sbruffoni, girando a tutto gas attorno al mezzo, come a dire che qui comandano loro. Questo è anche uno dei centri con il più alto numero di renitenti alla leva». Insomma qui, nell’Italia del terzo millennio e della globalizzazione, lo Stato non esiste, né si hanno notizie dell’esistenza di un poliziotto o di un carabiniere nato in questo paese. Anzi, uno molto famoso c’è stato pure, il generale Francesco Delfino (figlio di un altro carabiniere detto Massaru Peppi, perché in missione si travestiva da pecoraio), coinvolto in vicenda di truffa legata al sequestro Soffiantini.

Normalmente, come in questo periodo, il sindaco non c’è perché il Comune è commissariato e, quando cè, o viene ammazzato assieme alla moglie (Franesco Prestia), o arrestato perché faceva costruire i cunicoli per i latitanti, con i soldi e il supporto dei tecnici del Comune; oppure pagava fatture false per lavori mai eseguiti secondo l’accusa cortro Francesco Mittiga, centrosinistra e Anunzio Aurelio, centrodestra); oppure, ancora, aggiudicava appalto per la mensa scolastica al ristorante del paese, di proprieta della famiglia mafiosa Barbaro.

Le case di Platì sono tutte, o quasi, abusive; la scuola ha insegnanti che vengono da fuori regione; il prete è milanese; i carabinieri sono veneti, napoletani, lucani. E scapoli. La sera, nella caserma, giocano a biliardino tra loro o guardano la tv satellitare; nessuno li saluta, né buongiorno né buonasera, men che mai fidanzarsi in paese. Insomma, Platì come una enclave straniera in terra patria. Possibile?

«Purtroppo è così e noi ci abbiamo fatto l’abitudine», dice amareggiato Biasin, che ricorda il parmense capitano Bellodi del libro Il giorno della civetta di Sciascia, «ma la sola azione repressiva dei reati non è sufficiente, qui è un problema di cultura della legalità».

Già, la cultura. Non c’è un cinema, figuriamoci una biblioteca, non esiste un Peppino Impastato (la coscienza antimafia di Cinisi, che osò contrapporsi al boss Badalamenti), un martire antimafia con la tonaca, come don Puglisi, un centro antimafia.

Niente di niente. Perché qui tutto rientra nella mentalità della ‘ndrina, la famiglia, dove a capo c’è il boss e, sotto, schiere e schiere di parenti e consanguinei che, inseguiti o cacciati dalla loro terra, hanno seminato la cultura mafiosa ovunque siano andati. Infangando il nome della Calabria e rendendo i calabresi vittime di un pregiudizio ingiusto. «Mi dica cosa ci va a rare in un posto così», s’era incuriosito il barista di un autogrill sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, al quale avevamo chiesto di indicarci la strada più breve per Platì: «Per noi calabresi», aveva aggiunto, «è inconcepibile che possa esistere un paese dove comanda la mafia e lo Stato non faccia niente. Dovremmo vergognarci di avere nella nostra regione un comune così».

Platì non risorge, non ne ha voglia, né tempo. Ora deve leccarsi le ferite degli arresti e delle decine di ragazzini rimasti senza genitori (perché entrambi finiti in prigione), e perciò affidati a istituti di accoglimento. Cresceranno nell’odio verso uno Stato che li ha resi orfani e la spirale continuerà.

No, non sembrerebbe esserci speranza in questa terra, dove i cartelli di benvenuto in paese sono crivellati di colpi di lupara ma, intonsa, fa bella mostra una ironica scritta: «Platì, Comune d’Europa».

Eppure... Lo scrittore Corrado Alvaro, una delle più austere coscienze nazionali (c’è un parco letterario che lo ricorda) era dell’Aspromonte.

www.gennarodestefano.it

Visualizzazioni: 7679

  Lascia il primo commento!

Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Per mantenere un livello civile della conversazione, verranno eliminati tutti i commenti che contengono: turpiloquio, offese, violazioni della privacy, off topic, istigazioni alla violenza o al razzismo, minacce ecc.
  • Se ti imbatti in commenti lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di persone, avvisaci utilizzando l'apposito link Segnala che trovi in basso a destra ad ogni commento.
Nome:
Titolo:
Commento:



Codice:* Code

Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.6
AkoComment © Copyright 2004 by Arthur Konze - www.mamboportal.com
All right reserved

RocketTheme Joomla Templates