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Cemento commestibile Stampa
di Fabrizio Carena, 5 novembre 2014

La posizione dell'attuale amministrazione sull’argomento è sempre stata chiara. Quel centro commerciale in quell’area non s’ha da fare. Lo si è scritto nel programma elettorale avallato dalla maggioranza degli elettori e non sarà un nuovo progetto a mutare la politica territoriale e ambientale del Comune. Quello avanzato da Marco Meloni, rappresentante la società Progetto Commerciale, è un progetto che promette di mitigare l’impatto del cemento, ma che non risolve i nodi cruciali che lo rendono improponibile.

Progetto Civico persegue l’obiettivo di fermare il consumo di suolo, fatti salvi i diritti acquisiti delle lottizzazioni già approvate, e la società proponente non può vantare alcun diritto, avendo la giustizia amministrativa azzerato l’iter approvativo. La richiesta intimidatoria di risarcimento di due milioni di euro, sarebbe quindi priva di ogni fondamento giuridico e, casomai, andrebbe indirizzata per assurdo al TAR Lombardia.

La Regione, peraltro, ha in cantiere un disegno di legge presentato dal gruppo PD per fermare il consumo di suolo e impedire l’edificazione di nuovi insediamenti lottizzati e non ancora realizzati. Delle altre ragioni se né molto discusso in passato.

 L’Amministrazione è fermamente convinta che un insediamento commerciale in quel luogo non sia assolutamente utile, anzi, dannoso. Per le carenze progettuali in materia di viabilità, per la posizione assolutamente in contrasto col le leggi regionali a difesa dei corsi d’acqua e del patrimonio artistico e architettonico, per il fatto che la concentrazione delle attività commerciali in un unico punto vendita ottimizzi i costi connessi alla distribuzione di merci, primo fra tutti quello del personale. Anziché creare occupazione, il centro commerciale cancellerebbe quindi molti posti di lavoro, oltre a distruggere il piccolo commercio di vicinato.

Neppure la pioggia di denaro promesso ai comuni ospitanti potrebbe ripagare un danno così grave al territorio. Pensiamo solo al traffico di TIR e di avventori dell’insediamento, in un’arteria viaria dalla capacità ormai insufficiente. Pensiamo alla qualità dell’aria, all’aumento del numero di incidenti. Pensiamo anche all'eventualità della perdita di una sola vita umana di fronte alla prospettiva di un milione di euro nelle casse del comune.

Un progetto nato quindici anni fa, fatto per un altro scenario economico, riproposto oggi quando i centri commerciali si sono moltiplicati e pian piano si svuotano a causa della recessione e della crisi, in un’epoca in cui l’e-commerce sta pian piano sostituendo le superfici di vendita tradizionali. Un progetto insostenibile, che non ha visto la luce neppure sotto le favorevoli amministrazioni precedenti, tanto è incompatibile con legislazione e territorio.

Questi sono i motivi per cui crediamo che quell’area debba ritornare agricola e dare così i suoi onesti frutti.

Nell’immediato secondo dopoguerra l’agricoltura occupava circa la metà della popolazione italiana, oggi gli addetti al settore sono meno del 3%. Certo, la tecnologia fa la differenza, ma la metà dei pochi addetti ha più di sessant’anni. Intanto la Lombardia ha visto dimezzare in mezzo secolo le sue aree coltivabili. Verrebbe da chiedersi cosa mangeremo tra dieci, vent’anni. Riso o cemento?


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